Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l'indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene un'impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza.
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In una città grande come questa o ci sei nata o non puoi viverci.
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Roma ha l'osteria, luogo popolaresco, un po' buio, bonario, con tavole di marmo, boccali di vino, belle insegne rossastre con le scritte: Vino dei Castelli a tanto il litro.
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La potenza romana poggia sui costumi e gli uomini antichi.
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Firenze la bella, Padova la dotta, Ravenna l'antica, Roma la santa.
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A Londra, tranne il Papa, c'è tutto. A Roma, tranne tutto, c'è il Papa.
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Sono un cittadino di Roma.
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Quando sei a Roma, vivi come i romani; quando sei in un altro luogo, vivi come si vive in quel luogo.
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Forse uno dei guai dell'Italia è proprio questo, di avere per capitale una città sproporzionata per nome e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida "forza Roma" allude solo ad una squadra di calcio.
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Roma locuta, causa finita.
Roma ha parlato: il caso è chiuso.
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